Orchidea

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le prime pagine di Orchidea...

Buona lettura!

 

PROLOGO

 

Annapolis, MD luglio 2000

 

1.

 

"Tapparsi il naso e la bocca con le mani, e continuare così finché il cervello non si fosse spento. Sentiva che quello era l'unico modo per smettere di soffrire. Qualcuno gli aveva detto che il dolore poteva portare la gente alla pazzia, ma non gli aveva voluto dare ascolto. Fino a quel giorno. Sentì le sue sensazioni appannarsi, il mondo diventare opaco. Come pioggia, le lacrime. Mai più il sole, nel cielo dei suoi occhi."

 

Neil era pronto.

Selezionò dal menu Salva, poi Conferma, quindi con una serie di clic pose idealmente la parola FINE sulla sua ultima fatica.

Anche questa era fatta. Il suo quinto romanzo era concluso.

Tanto tempo fa si sarebbe concesso una bottiglia, ma ora era pulito: avrebbe optato per un barattolo di gelato alla menta, con scaglie di cioccolato.

Si passò le dita sugli occhi, e sentì le palpebre fargli male. Non toccava il letto da quasi tre giorni, e anche il divano non mostrava più l'impronta del suo corpo sdraiato. Aveva provato a distendersi, un'ora prima, per concedersi un breve riposo in attesa del rush finale, ma non ce l'aveva fatta. Aveva voluto terminare: se si pensa troppo a quello che si vuole scrivere si finisce per non dire quello che si ha intenzione di dire.

Era una cosa che non sopportava.

Si alzò dalla sedia girevole, inarcò la schiena mugolando mentre le sue vertebre scricchiolavano, quindi si avvicinò al vetro della grande finestra che si affacciava sul giardino.

Immaginò di trovarsi dietro il pino che si ergeva a circa trenta metri dal suo punto d'osservazione: avrebbe visto la sagoma di una casa immersa nell'oscurità e la luce soffusa del lume che rischiarava quel grosso rettangolo appeso al nulla.

L'immagine gli diede i brividi.

Si voltò verso il divano, si inginocchiò sul cuscino di destra e si lasciò cadere verso quello opposto, a pancia sotto. Poi mise la testa nell'incavo tra il cuscino e lo schienale, come faceva da bambino, e diede sfogo alle sue lacrime.

 

2.

 

-Sei stata preziosa come al solito. Ora devo andare...

Il rumore della cornetta fu riprodotto in scala minore da quello dei suoi tacchi. Uno, due, tre, quattro passi, fino a uscire dal corridoio che portava ai bagni, e a sedersi di nuovo al suo tavolo.

Attese pochi minuti, sorseggiando un succo di frutta ghiacciato, quindi vide entrare i due metri di muscoli che attendeva.

Robert Taylor giocava come difensore, e aveva l'aspetto massiccio che il suo ruolo richiedeva. Aveva giocato nella squadra di football di Annapolis fino a pochi mesi prima, ed era tornato quel weekend per una rimpatriata con i vecchi compagni.

Rimase nella stazione di servizio, quella dove si fermava più spesso per via dell'ottima cucina, solo per poco tempo. Dopo aver bevuto un drink fu arpionato dalla meravigliosa creatura che sedeva a un tavolo vicino. Un sorriso dolce, una scollatura invitante che svelava carne appetitosa, quindi la visione fugace di una lingua morbida: non le era servito nulla di più che quello.

Era domenica sera, e voleva che fosse indimenticabile, anche per un uomo che vive tutte le domeniche come esperienze da ricordare.

 

La ragazza lasciò la sua vettura nel parcheggio, quindi prese posto sul sedile del passeggero dell'auto sportiva di Robert, armata della sua borsetta, di un vestito leggero e di quelle scarpe così sensuali.

L'atleta uscì sgommando dall'area di servizio, mentre lei gli passava la mano sinistra sulla coscia, fino quasi all'inguine.

Percorsero non più di un quarto di miglio, fino a uno spiazzo dove spesso stazionavano i camion: quella notte ce n'era solo uno, molto distante da dove fermarono l'auto.

La ragazza non attese che l'atleta parlasse. Fece salire ancora di più la sua mano, quindi gli montò a cavalcioni mentre tirava fuori dai pantaloni il necessario per passare i minuti successivi. Robert Taylor affondò la testa tra i grossi seni di lei, per poi baciarle i capezzoli mentre la ragazza continuava a salire e a scendere.

Infine, prima che fosse troppo tardi, lei si fermò sorridendo.

-L'hai mai fatto?- chiese, facendo tintinnare le manette che aveva estratto dalla borsetta con un gesto rapido.

Mentre l'atleta sembrava prepararsi ad articolare una risposta, lei mosse il bacino, costringendolo a una smorfia per trattenersi.

-No, ma immagino che lo farò... adesso- rispose lui, alzando le mani verso il poggiatesta.

Lei fece scattare le manette intorno a un polso, poi le passò in una delle fessure del poggiatesta e imprigionò anche l'altro polso, quindi si sfilò lentamente da quella situazione, lasciandolo caldo e durissimo a contemplare le stelle. Pochi istanti dopo appoggiò le labbra fresche intorno al suo obiettivo.